Tedo Rekhviashvili (Georgia)

Sea that Remembers, 2026

Iron, penoplex foam, fabric, war paint, epoxy resin, stainless steel hanging hardware; integrated multitrack audio system, approx. 200 × 150 × 150 cm / Ferro, schiuma penoplex, tessuto, vernice guerra, resina epossidica, ferramenta di sospensione in acciaio inox; sistema audio multitraccia integrato, ca. 200 × 150 × 150 cm

Tedo Rekhviashvili, Sea that Remembers, 2026

ENGLISH

Sea That Remembers is a large suspended sculpture modeled after a childhood seashell the artist once held to his ear on the coast of the Black Sea. Its painted exterior evokes the landscapes, seascapes, and visual abundance of Abkhazia, a homeland, the organic part of Georgia, lost through war and occupation by Russia.

From within the shell, layered sounds of waves, wind, gunfire, and human conflict emerge, revealing the traumatic histories concealed beneath its surface. The work functions as a vessel of memory, carrying the realities of the 1990s conflict, which left thousands of Georgians victims and displaced many more. Presented at the Nauru Pavilion, the work constitutes a dialogic act of reclamation, asserting Abkhazia’s history within a global framework and demonstrating how human histories remain deeply interconnected despite geographical boundaries, whether environmental or human-made.

ITALIANO

Sea That Remembers è una grande scultura sospesa modellata su una conchiglia dell’infanzia che l’artista un tempo teneva accostata all’orecchio sulla costa del Mar Nero. Il suo esterno dipinto richiama i paesaggi terrestri e marini, nonché la ricchezza visiva dell’Abkhazia, una patria — parte organica della Georgia — perduta a causa della guerra e dell’occupazione da parte della Russia.

Dall’interno della conchiglia emergono suoni stratificati di onde, vento, spari e conflitti umani, rivelando le storie traumatiche nascoste sotto la sua superficie. L’opera funziona come un contenitore della memoria, custodendo le realtà del conflitto degli anni Novanta, che rese migliaia di georgiani vittime e ne costrinse molti altri allo sfollamento. Presentata al Padiglione di Nauru, l’opera costituisce un atto dialogico di riappropriazione, affermando la storia dell’Abkhazia all’interno di un quadro globale e dimostrando come le storie umane rimangano profondamente interconnesse nonostante i confini geografici, siano essi ambientali o creati dall’uomo.